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Valentina Orlando - APOLOGIA DELLA PAURA


APOLOGIA DELLA PAURA

APOLOGIA DELLA PAURA: IL POTERE DI AVERE PAURA, UN’EMOZIONE CHE HA UN SENSO

Di Valentina Orlando

Parigi: non abbiamo paura. Bruxelles: le nostre vite non cambieranno. Londra: la paura non ha preso il sopravvento: in migliaia in piazza. Barcellona: il nostro amore per la libertà, i nostri valori sono più forti della paura, ecc …  

Io, invece - lo confesso senza alcuna vergogna - ho paura, e ho paura perché nutro la speranza della sopravvivenza. Chi si fa saltare in aria e uccide facendosi uccidere non ha più né paura, né speranza, né attaccamento alla vita: tutto torna.

Ma noi ABBIAMO IL POTERE E IL DOVERE DI AVERE PAURA.

Vado a cercare la definizione della paura (la grande incriminata, come altre emozioni che culturalmente  tendiamo a svalutare, ignorare, contrastare, o, al contrario, esaltare, e non dunque a fare lo sforzo di comprendere nel loro autentico significato) online e sulla Treccani e trovo:

“La paura per la psicologia rappresenta un meccanismo di difesa attivo sin dall'inizio nei confronti dei pericoli alla sopravvivenza dell'individuo. Le funzioni della paura sono individuali e sociali e rappresentano occasioni per commettere due volte lo stesso errore. La paura  si attiva quando i sensi percepiscono uno stimolo dannoso o potenzialmente dannoso per l'organismo, insomma quando incombe una minaccia. Alla paura segue uno stato di attivazione neurofisiologica che consente all'individuo di rispondere allo stimolo iniziale attraverso attacco, evitamento-fuga.

 La funzione di sopravvivenza non è solo rivolta al singolo, bensì a tutta la specie. La reazione emotiva diventa una segnalazione d'emergenza rivolta a tutti i conspecifici vicini e quindi potenzialmente in pericolo. La paura stimola anche la memoria e l'apprendimento per fare della brutta esperienza un'occasione di crescita.(fonte http://www.crescita-personale.it/gestire-emozioni/1775/paura-in-psicologia/3191/a)”

E ancora:

Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso: più o meno intenso secondo le persone e le circostanze, assume il carattere di un turbamento forte e improvviso, che si manifesta anche con reazioni fisiche, quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente” (Fonte: Treccani, http://www.treccani.it/vocabolario/paura/ )

  Non mi pare di esser di fronte a un pericolo immaginario, pertanto io rivendico il mio diritto d’avere paura. La paura ha una lunga storia (J.Delumeau, La paura in Occidente cit.), comunità e civiltà sono vissute per secoli perseguitate da paure multiformi: la peste, la fame, la carestia, i fantasmi, i lupi, il diavolo, le streghe, gli eretici, gli ebrei, i turchi (mammaliturchi), le donne, i nati podalici (e la sottoscritta in quanto donna e nata podalica non avrebbe avuto lunga vita), i nati coi capelli rossi ecc …

La mia generazione è cresciuta con la paura dell’AIDS, poi c’è stato il periodo del mostro di Firenze, terrore delle coppiette che cercavano un posto lontano da occhi indiscreti per amarsi. Oggigiorno sento bambini e ragazzi che hanno paura di viaggiare anche solo in Europa, di prendere l’aereo. E intanto s’inneggia alla libertà che, almeno in parte, abbiamo già perso, perché non c’è libertà senza sicurezza (tanto che la Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo sancisce la libertà dalla paura) ed è da questa semplice verità che è nato il patto sociale: ognuno rinuncia a una parte della propria libertà per il bene prezioso della sicurezza che è la condicio sine qua non del tenersi cara la pelle.

E intanto mi tocca sentire un surreale dibattito in TV: barriere New Jersey sì, barriere New Jersey no. Piazzarli nelle nostre città può allarmare, dare una percezione di insicurezza (come se fossimo bambini da rassicurare, ma da cosa, dall’uomo nero che non esiste?), e poi sono esteticamente brutti. Ok: prima l’estetica. Siamo alla frutta. Dobbiamo aspettare di camminare sulle macerie della Sagrada Familia, del Colosseo e del Sacro Convento di Assisi?

Noi abbiamo il diritto di avere paura, e altresì il potere. Sì, la paura è un potere, è una possibilità, una chance in più di vita. La paura è una di quelle emozioni che insieme ad altre ci ha permesso di sopravvivere come specie, anche il mio gatto sopravvive perché ha paura delle auto, se non avesse questa sanissima reazione sarebbe già morto. Già, perché la paura non è un impiccio, qualcosa da debellare per sempre, esiste, infatti, una funzione sana e salvifica della paura; la paura è nostra alleata, è quel brivido lungo la schiena che risveglia i sensi e i riflessi e ti dice: scappa! Oppure: attacca! Lotta, uccidi se necessario! Uccidi, perche hai a che fare con un nemico e il tuo nemico ti vuole fare a pezzi.

C’è un lato sano della paura ed è quello che può salvarti la vita.

“Noi non abbiamo paura”: quest’ottuso mantra, ingenuo, fantasioso, velleitario al limite della stupidità risuona da un capo all’altro del “Regno degli infedeli”, cioè noi, risuona in buona fede, certo, ma NON E’ VERO: in treno, in metro, nei luoghi affollati, in aereo al check –in, noi iniziamo ad aver paura, solo che non ce lo confessiamo.

Sono finiti i tempi per slogan come “mettete fiori nei cannoni, la fantasia al potere, fate l’amore e non fate la guerra”, forse non ve lo hanno detto:  siamo già in guerra. L’insipiente, il pusillanime, il tonto, l’utopista, il figlio dei fiori “peace and love”, nulla sa della paura, nulla vuol sapere del lato oscuro di Homo sapiens e di quanto questi possa eccellere nel male. E’ per questo che l’utopia può sopravvivere solo come ideale regolativo cui avvicinarsi asintoticamente: tutte le volte che si è cercato di edificare il Paradiso in terra, si è finito per edificare un Inferno (e dico “un” Inferno, perché di Inferni ce ne sono stati tanti e possono e potranno essere tanti a causa dell’uso perverso dell’inesauribile creatività umana): è l’inganno dell’Utopia che va presa con le molle senza perdere il sano realismo della differenza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, tenendo presente che lo sforzo per realizzare il come dovrebbe essere non può richiedere il prezzo della rinuncia all’umanità dell’uomo.

Per questo non si può sacrificare ogni cosa all’utopia del’integrazione, dell’accoglienza fine a se stesse; non è il buonismo e l’ideale che ci salverà: è il realismo, il realismo di una paura lucida, reattiva, sana, positiva, di chi riconosce che ha davanti a sé il furore di un nemico che ordisce progetti di distruzione, un nemico feroce che ti vuole fare a pezzi.

E’ questa la differenza tra il coraggioso e il temerario o l’avventato: l’avventato agisce sconsideratamente perché non considera, non prende sul serio, non onora la paura come sua alleata, non la frequenta, non la conosce e così facendo espone al pericolo se steso e coloro che lo seguono e che gli sono affidati. Mentre il coraggio, vero, maturo, saggio, venerando, rispetta e conosce la paura, e non smette di frequentarla.

Non mi fanno paura solo i terroristi, a me fa paura anche chi non ha paura e mi chiede di non aver paura e di mettermi nelle sue mani, quando io non mi affiderei mai a qualcuno che nulla sa della paura, dell’uso e della gestione della forza, della disciplina, cose che s’imparavano al servizio militare che è stato abolito.

Il terremoto della domenica del 30 ottobre 2016 non ha fatto vittime (a parte un agricoltore se ricordo bene); si è gridato a miracolo, No, non è stato un miracolo: sono tutti salvi grazie alla paura risvegliata dalla scossa del mercoledì precedente, sebbene abbia concorso anche il cambio dell’ora legale. Questa preziosa alleata ha detto loro: ehi, ascolta una vecchia saggia, non dormire a casa per un po’ di tempo che qui si mette male.

Quest’anno sono rimasta in Umbria, ho deciso di fare le vacanze in quella che è la mia casa: il centro-Italia che amo profondamente, i suoi borghi incastonati tra le curve dell’Appennino in cui mi sento sicura nonostante il terremoto. L’altra sera ho assistito ai festeggiamenti per i 40 anni della banda di Monteleone di Spoleto intitolata a Carlo Innocenzi, mi sono chiesta: ma che ne sanno questi adoratori del nulla dell’amore per la nostra terra, dei nostri borghi, delle lotte per le libertà comunali, delle nostre ferite, delle nostre guerre, della nostra storia e dei nostri errori, perché anche quelli fanno parte della nostra identità; che ne sapete voi che ci volete fare a pezzi? E chi siete?

Rispondendo in “categorie del pensiero occidentale”, siete la più cancerogena e virulenta manifestazione del Nichilismo che nemmeno “l’Occidente” ha mai partorito, si è mai visto un Dio che spinge verso il nulla? E’ vero abbiamo fatto le Crociate, ma non dimentichiamo, senza giustificarle, che  cose è avvenuto nel 1453, ciononostante non mi pare ci sia una manica di esaltati che vuole riconquistare i territori dell’Impero romano d’Oriente. Secondo questa logica le guerre si triplicherebbero o forse più e già sono abbastanza mi pare. E’ vero, nel secolo della Rivoluzione scientifica, ci siamo scannati per le guerre di religione e dilettati nella caccia alle streghe. Ma, in effetti, la storia poco o nulla c’entra, la storia e la religione sono solo un pretesto per assecondare il delirio d’onnipotenza di individuo frustrati, ignoranti o decisamente votati al male (senza alcuna giustificazione).

Per me Dio è Colui che ha tratto l’Essere dal nulla, che ha scelto l’Essere, la Vita, l’Amore, al punto di voler condividere questi attributi del sue essere con altri esseri. Dio è il Vivente. Ciò che essi fanno capovolge la realtà: che si creda o no nel Dio della vita, in ogni caso, di capovolgimento si tratta, perché tutto tende alla vita, alla forma, all’evoluzione. E l’uomo, portando in sé una scintilla divina, ha il potere divino di creare, o meglio di generare, che diviene satanico nel momento in cui, capovolgendolo, sceglie il nulla. Il nulla non esiste, il nulla non è, insegnava Parmenide. Io dico: la porta del Nulla può essere aperta solo nel cuore dell’uomo quando capovolge “la logica”, “la lode alla vita” che si propaga nell’Universo insieme alla radiazione di fondo che è memoria del canto del sì alla vita esploso col Big Bang.

Ora, so benissimo che non si può mai parlare di responsabilità univoche, che la responsabilità è corresponsabilità, che abbiamo colonizzato, espropriato, schiavizzato, armato gli afgani contro i russi, che il petrolio è la logica che regge contraddittorie alleanze, che i dittatori tenevano a freno gli integralisti e che fabbrichiamo e vendiamo armi per ogni dove.

Ma proclamo sonoramente che, di fronte al progetto di far saltare la Sagrada Familia, di fronte agli occhi dei bambini uccisi, non me ne frega un cazzo. Non me ne frega un cazzo di tutte queste chiacchiere. E allora? Una cosa è l’analisi storica, un’altra è il pragmatismo: facciamo tutti i mea culpa che vogliamo, ma noi dobbiamo comunque difenderci, perché mentre parliamo dell’antiesteticità dei New Jersey, i nostri aguzzini adoratori del nulla si organizzano.  E’ bene iniziare a prendere sul serio la paura, a rispettarla e onorare questa antica emozione cui tanto dobbiamo, perché è anche la paura che ci salverà.

Non abbiamo che da scegliere tra queste reazioni: vedete voi quali le più praticabili

  1. L'arte della fuga;

    2 - L'arte della guerra;

    3 - L'arte della difesa;

    4 - L'arte della negoziazione;

    5 - L'arte.

N.B. L’opzione “ignorare la paura” non è compresa tra le possibili strategie di sopravvivenza.

 

 
 

 

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