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De-siderium

Un libro sui simboli, alla voce “stella”, inizia così: “E’ impossibile contare le stelle che brillano negli oltre 100 miliardi di galassie dell’universo”.

Per la verità, io tentai l’impresa la prima volta che mi presi una sana sbronza bevendo whisky, fu in una calda notte d’agosto, ricordo il falò sulla spiaggia e i canti sguaiati degli amici delle vacanze. Ero una terribile e vivace adolescente. Rammento anche che guardai il cielo e le stelle e dichiarai con determinazione da ubriaco, riuscendo stranamente a scandire bene le parole: “Adesso le conto tutte!”. Iniziai. L’ultimo ricordo di quella serata è una serie di numeri.  Non ho più bevuto whisky. Ma perché è così assurdo tentar l’impresa di contar le stelle? In fondo gli astronomi questo fanno con la mappatura dell’universo, o una cosa del genere, sono forse ubriachi di desiderio di conoscenza? 

Sono passati millenni, ma anche noi, figli della scienza moderna, continuiamo ad incantarci quando solleviamo lo sguardo verso la volta celeste, così come fecero i nostri progenitori. In quell’atto e in un solo istante ripetiamo un processo evolutivo svoltosi nel corso di migliaia di anni, quello che portò Homo Sapiens sapiens alla conquista della posizione eretta, grazie alla quale egli, in piedi tra cielo e terra, poté finalmente contemplare l’orizzonte lontano nel quale perdersi all’infinito e concepire, appunto, l’idea di infinità, idea che poi riportò a sé, perché infinitamente plasmabile è egli stesso e la sua crescita psichica, intellettuale, spirituale.

La mobilità della testa in virtù delle vertebre cervicali, gli permise di contemplare poi il cielo e le sue stelle, gli fece intuire il mistero della Trascendenza e prendere coscienza della sua posizione nell'Universo. In piedi tra cielo e terra, dritto sull’asse verticale della colonna vertebrale, dritto come gli alberi e gli obelischi, guardò luce e la luce guardò lui, e sentì che in quella luce che brillava lontano lontano c’era anche un po’ di sé, e intuì in sé il lume dell’autocoscienza che lo staccò dall’australopiteco. L’immenso lo risvegliò allo stupore e al desiderio di conoscenza: “Da dove vengo, vengo forse da lì? Da lontano lontano, dalla luce cui pure un giorno dovrò tornare”.

Le stelle… utilizzate per orientarsi nell’oscurità, dalla notte dei tempi, da viaggiatori e marinai, da qui a pensare che potessero servire ad orientarsi nella vita, per andare incontro al proprio destino, il passo fu breve.

Forse non è del tutto giunto il disincanto finché pazzi, artisti, entusiasti ubriachi e tristi staranno a guardar le stelle e le stelle a guardar loro, sempre che non si vogliano sottrarre al nostro sguardo, allora rivolgeremo loro questa strana preghiera:

 Dove siete andate a nascondervi stelle lucenti, voi che della notte tracciate i sentieri?

Voi che indicate il cammino al viandante e la rotta ai naviganti!

Avete visto come dormono gli uomini, nelle notti di primavera?

 

La versione integrale della poesia si trova nella raccolta poetica, Visioni in Volo, Sovera editrice

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